Da Avvenire.

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Si ritrovano per tornare alle radici della loro scelta di vita, della loro storia e, si può dire, della loro famiglia. E lo fanno a Valdocco, quartiere di Torino che vide nascere nell’Ottocento il primo oratorio di san Giovanni Bosco. Sono i 350 partecipanti delle “Giornate di spiritualità della famiglia salesiana”: consacrati, consacrate e laici, riuniti in presenza, a cui si aggiungono collegamenti a distanza da tutto il mondo, che il coordinamento centrale trasmette in italiano, spagnolo, francese, inglese e portoghese.

A tracciare la via delle quattro giornate, che hanno inizio nel pomeriggio di oggi, la Strenna 2026 del rettor maggiore dei salesiani don Fabio Attard “Fate quello che vi dirà”. Credenti, liberi per servire . «È un’usanza che risale ai tempi di don Bosco – spiega il delegato del rettor maggiore per la famiglia salesiana don Joan Lluis Playa – quella di offrire un tema, in accordo con ciò che la Chiesa universale sta vivendo, da approfondire e con cui orientare la pastorale a servizio dei giovani, specialmente dei più poveri». Fanno da sfondo quest’anno le nozze di Cana e la disponibilità a rimanere in ascolto della Parola di Dio. Necessaria soprattutto nel «mondo complesso», in cui anche i giovani vivono, « attraversato da sfide inedite: la rivoluzione digitale, l’incertezza del futuro, la crisi delle istituzioni tradizionali, le nuove forme di povertà esistenziale», scrive lo stesso Attard nel suo commento alla Strenna. Leggere, quindi, i segni dei tempi, alla luce della Parola, e coltivare un ascolto non giudicante delle nuove generazioni. Saper scorgere anche nei «cambiamenti culturali» opportunità di annuncio e proseguire sulla via della sinodalità e della missionarietà. Su questi pilastri i partecipanti alle “Giornate” di Torino costruiranno il cammino del nuovo anno, forti dei mesi intensi che la Chiesa e la congregazione hanno vissuto con il Giubileo dei giovani, le nuove canonizzazioni di giovani santi, quella della Figlia  di Maria Ausiliatrice e missionaria Maria Troncatti e l’anniversario dei 150 anni dalla prima spedizione missionaria salesiana. «Dopo un anno dedicato alla speranza – continua don Joan Lluis Playa – è emersa la necessità di mettere al centro la fede e l’importanza del rapporto personale con Dio, tema di cui anche il Papa ha parlato spesso ai giovani». Fede che richiede una certa «audacia», dice Attard, davanti alle difficoltà.

A darne testimonianza, da 150 anni, sono anche i salesiani cooperatori, che il 9 maggio 2026 spengeranno altrettante candeline durante il loro convegno mondiale a Sacrofano. Si tratta dei laici, uno dei 32 gruppi della famiglia salesiana, che con una promessa di vita apostolica si impegnano per tutta la vita a spendersi a casa, al lavoro e in ogni ambiente secondo il carisma di don Bosco. Una realtà che conta di più di trentamila persone, appartenenti a 102 nazioni, sparse in tutti i continenti. Voluta e fondata dallo stesso sacerdote torinese, che, riconoscendone l’importanza, per primo diceva di sé: «Io ebbi sempre bisogno di tutti». È così che oggi sono loro ad aprire nuovi oratori dove i consacrati non sono presenti, come sono loro che in modo particolare il rettor maggiore, nelle proposte pastorali che scaturiscono dalla Strenna, invita a rendersi protagonisti delle alleanze educative da costruire nella società. Ma c’è di più: «Potremmo mettere maggiormente in campo le nostre competenze – dice ad Avvenire Antonio Boccia, coordinatore mondiale dei cooperatori salesiani, guardando al futuro – : tra di noi ci sono medici, infermieri, insegnati, che insieme potrebbero creare reti a servizio dei giovani. Penso ad esempio ad una rete di psicologi che crei centri di ascolto per ragazzi». Progetti che si aggiungerebbero ai tanti in cui i cooperatori sono impegnati nel mondo: «Tra le zone più calde in cui siamo presenti ci sono il Medio Oriente, il Nicaragua, Haiti, il Venezuela – racconta il coordinatore -. Ma tante delle sfide che ci troviamo a fronteggiare sono trasversali e valgono per tutto il mondo. Penso alla fragilità delle famiglie, dove proliferano le separazioni e si vivono forme di convivenza non sane, alle difficoltà di alcuni genitori ad accettare figli omosessuali, che vengono additati e stigmatizzati, e alla disoccupazione giovanile». Su questo, in particolare, nel contesto di Torre Annunziata, Boccia stesso è impegnato in una casa-famiglia per giovani in messa alla prova segnalati dal Tribunale dei minori di Napoli. «Viene insegnato loro a fare la pizza, perché trovino una collocazione nei ristoranti della zona». Un progetto che rende l’idea delle attività dei cooperatori nei singoli territori, a cui si aggiunge il sostegno a chi, più lontano, è in difficoltà: «Al centro di ogni nostra azione rimane l’attenzione a piccoli e giovani – spiega -: così in Kenya è nata una serra, i cui ortaggi vengono venduti al mercato e il cui ricavano sostiene la presenza di un asilo». E oltre al “fare” c’è uno “stare al fianco” delle zone più fragili, da cui i giovani si spostano: «Dal Venezuela, ad esempio, i nostri cooperatori ci raccontano una forte emigrazione clandestina: per avere un passaporto servono 700 dollari, mentre lo stipendio annuo di un operaio è di 400. Accanto ai  giovani lì, come altrove, i cooperatori cercano di dare speranza, ragionando alla “salesiana maniera”, che significa non smettere mai di cercare opportunità di crescita in ogni contesto».

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