Di don Rossano Sala

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L’oratorio, su cui si concentra il Dossier di questo numero, è il luogo in cui regna un clima educativo amorevole: lì ci si sente a casa, si è chiamati per nome, si respira uno spirito di famiglia, si è accolti con gentilezza e accompagnati con amore. I ragazzi cresciuti nell’oratorio di don Bosco si sentivano unici, perché soggetti di una relazione privilegiata, amati in maniera singolare. La condivisione degli affetti e la confidenza dei cuori portavano così frutti educativi eccellenti da tutti i punti di vista.
Tutto ciò ci dice che è sempre più urgente, nel nostro modo di impostare l’educazione, avere un’attenzione speciale per le emozioni, gli affetti e la relazione. Sentiamo che nel mondo giovanile vi è un grande bisogno di accompagnamento in questi ambiti, e siamo chiamati a riscoprire l’importanza, nell’educazione, di passare per il cuore e di arrivare al cuore. D’altra parte siamo convinti che

la formazione cristiana abbraccia l’intera persona: spirituale, intellettuale, affettiva, sociale, corporea. Non contrappone manuale e teorico, scienza e umanesimo, tecnica e coscienza; chiede invece che la professionalità sia abitata da un’etica, e che l’etica non sia parola astratta ma pratica quotidiana. L’educazione non misura il suo valore solo sull’asse dell’efficienza: lo misura sulla dignità, sulla giustizia, sulla capacità di servire il bene comune. Questa visione antropologica integrale deve rimanere l’asse portante della pedagogia cattolica[1].

Si dice spesso, citando don Bosco, che “l’educazione è cosa del cuore”. Certamente l’idea di fondo ci rimanda al fatto che il cuore, nella Bibbia, è il luogo della coscienza e del dialogo con Dio. Quindi in fondo si dice prima di tutto che noi non abbiamo le chiavi e le soluzioni per educare, ma dobbiamo fare appello ad una presenza e ad un’azione trascendente, ovvero che coinvolga Dio nel nostro pensare e fare educazione.
Certamente il cuore rimanda anche al sentire, agli affetti, alle emozioni. Soprattutto per don Bosco l’educazione riguarda non solo la ragione e la religione, ma è radicata nell’amorevolezza.

L’idea di “amorevolezza”

Nel tempo della globalizzazione dell’indifferenza diventa fondamentale chiarire a noi stessi il senso autentico dell’amore in generale e dell’amorevolezza in particolare. Siamo tutti più o meno consapevoli che la parola “amore” sia una di quelle più fraintese e sfigurate, tanto che Benedetto XVI affermava che «il termine “amore” è oggi diventato una delle parole più usate e abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti»[2]. Esso è scambiato per un sentimentalismo del tutto ambiguo, nella gelosia capace di compiere delitti, nella sessualità senza regole che caratterizza il nostro mondo, nel godimento spregiudicato a scapito dell’altro.
La tradizione salesiana, quando parla di affetti, emozioni e legami in ambito educativo, usa la parola “amorevolezza”. Ma che cosa dobbiamo intendere per questo termine? Prima di tutto uno stile relazionale complessivo non solo di un singolo educatore, ma di un ambiente educativo che si manifesta in molti modi:

Nel lessico italiano, familiare a don Bosco, la parola amorevolezza non si identifica con amore, né indica la virtù teologale della carità, appartenente al mondo della rivelazione cristiana. Il termine indica piuttosto un grappolo di piccole virtù relazionali o atteggiamenti o comportamenti tra persone, che si dimostrano in parole, gesti, aiuti, doni, sentimenti di amore, di grazia e di cordiale disponibilità. È affetto, benevolenza, benignità, sollecitudine di padri e madri, anche spirituali, verso i figli; di uomini e donne reciprocamente: coniugi, fidanzati, amanti, amici; di protettori verso i protetti, benefattori verso i beneficati […] Amorevolezza indica in don Bosco un complesso codice di simboli, segni, comportamenti. È il tratto mediante il quale si manifesta la propria simpatia, il proprio affetto, la comprensione e la compassione, la compartecipazione alla vita altrui[3].

Scomodando ancora una volta uno dei migliori conoscitori della storia e dello spirito di don Bosco, lasciamo a lui volentieri la parola per comprendere al meglio i dinamismi dell’amorevolezza salesiana:

Amorevolezza, cura, affetto. Spesso don Bosco consigliava: “Studia di farti amare prima di farti temere”. Nella Lettera da Roma (1884) utilizzò il termine “amore” 27 volte. In molte occasioni spiegò cosa intendeva per amore: deve essere spiritualmente maturo, imparziale, generoso, disinteressato, pronto all’abnegazione. È l’amore voluto da Gesù. Più semplicemente, sosteneva che l’educatore deve amare i giovani allo stesso modo in cui i buoni genitori cristiani amano i propri figli. Se è così, allora non stiamo solamente parlando di amore, non importa quanto profondo e reale, ma di amore comprovato ed espresso nella pratica, che si traduce in amorevolezza. Don Bosco afferma: “Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati”. L’educazione può essere efficace solamente attraverso l’amore e un amore reso manifesto. Infatti, l’educatore deve tener presente che “chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama”. Ma anche questo non è sufficiente. Un amore che andrebbe espresso in una certa maniera, proprio come lo esprimerebbero Gesù o genitori affettuosi, ossia con tenero interesse, premurosa affabilità, cura amorevole. Don Bosco chiama l’amore così inteso “amorevolezza”. Solo in questo modo l’educatore può stabilire con il ragazzo un rapporto veramente personale[4].

L’amorevolezza allora più che una virtù circoscritta diventa un processo relazionale permanente che trasforma l’ambiente educativo in una famiglia dove si respira un clima affettivo ed effettivo di stima e vicinanza.

I pericoli di un mondo iper-digitalizzato

Viviamo in un mondo interconnesso, che sempre più assomiglia a un piccolo villaggio. È certamente una grande opportunità che ci avvicina tutti e ci permette di rimanere in contatto, eliminando ogni distanza. Ma sappiamo anche che crescono il disagio, la confusione e l’ansia dovuti a questa trasformazione antropologica che ci sta toccando un po’ tutti, e che a volte rischia di farci perdere occasioni importanti che abbiamo conquistato in millenni di civiltà.
Gli affetti e i legami, mediati da sentimenti ed emozioni, essendo la parte più delicata e fragile della nostra personalità, sono i primi dinamismi che vengono continuamente toccati e spesso feriti. Tutti sappiamo che la diffusione a macchia d’olio della pornografia, del sexting e del gioco d’azzardo via internet sono piaghe del mondo giovanile – e non solo giovanile – che non si possono sottovalutare, ma emergono come segni di un autismo esistenziale e di una relazione oggettivante che deve far riflettere seriamente la società nel suo insieme, nel momento in cui si vorrebbe proporre come società educante.
Tendenzialmente tutti siamo tentati da un uso commerciale, vetrinistico e intensivo del nostro corpo e, ancora peggio, di aderire inconsciamente con tutti noi stessi alla cultura dello scarto che si allarga a macchia d’olio. L’esito non può che essere la fine della nostra capacità di desiderare e di amare come si deve.
È quindi evidente che diventa decisivo domandarsi: come possiamo continuare a sentire e a pensare nell’era digitale? La rete, offrendoci molte possibilità, contemporaneamente rischia di toglierci, da una parte, quello spirito critico che ha bisogno di concentrazione e distanza riflessiva per essere vigili e reattivi; dall’altra quella sensibilità affettiva e spirituale che rende l’uomo unico e inimitabile. Sono due grandi pericoli di cui essere profondamente consapevoli e a cui rispondere con intelligenza critica e responsabilità etica.

La moltitudine dei registri affettivi dell’umano

La nostra umanità è ricca di tante possibilità che oggi rischiano di appiattirsi su un’istintività immediata che ci riporta ad uno stadio meramente tribale. Dobbiamo invece immaginare l’umano come un grande organo fatto di numerose tastiere e di una moltitudine di registri tanto originali quanto incantevoli.
Gli affetti sono ciò che più di ogni altra cosa caratterizza l’unicità dell’umano che è comune a tutti. I legami ne sono la concretizzazione che dura nel tempo e che costruisce identità. Impoverire legami e affetti, perdendone la ricchezza multiforme, significa perdere il senso umano del proprio esistere, smarrendone i pilastri fondamentali. In un mondo in cui si rischia il black-out affettivo ritornare almeno a nominare alcuni dei tanti registri di cui è costituito l’umano non è per nulla facoltativo.
Lo facciamo brevemente, immaginando un insieme che si presenta come un diamante dalle molte sfaccettature, che solo osservate insieme rendono conto della loro poliedrica ricchezza.
– Riconciliarci con la forza del silenzio è una fatica fruttuosa che oggi dobbiamo affrontare. Essere continuamente bombardati da rumori che ci rendono incapaci di pensare e di andare in profondità non fa bene alla nostra capacità di penetrare nel nostro cuore e sentire le mozioni del nostro spirito. La nostra interiorità deve essere accolta, amata, ascoltata. Senza la capacità di tacere, sia interiormente che esteriormente, la nostra sensibilità nei confronti degli altri, di noi stessi e di Dio si blocca e si irrigidisce.
– L’ascolto attento è il primo frutto del silenzio. Siamo un po’ tutti, anche se facciamo fatica ad ammetterlo, in debito di ascolto. Abbiamo molta più facilità a parlare che ad ascoltare, a scrivere piuttosto che a leggere, a sfruttare il nostro corpo piuttosto che rispettarlo, a prendere l’iniziativa piuttosto che attendere che le cose si chiariscano. L’ascolto è il punto di partenza per poter vivere una vita buona. Senza ascolto si diventa facilmente arroganti, superbi e orgogliosi. Soprattutto si diventa insensibili e indifferenti.
– La bellezza della contemplazione è un altro aspetto che merita di essere riscoperto. Chi perde la capacità di stupirsi davanti al fascino del reale sta perdendo la propria umanità. Occorre ridare spazio e parola al bambino che è in noi, perché mantenga vivo il registro della meraviglia e dello stupore di fronte all’essere del mondo, alla diversità dell’altro, alla stessa maestà di Dio. Senza la contemplazione, che in fondo non è altro che quel lasciarsi colpire e istruire da ciò che è altro da noi, non è possibile riconciliarci con la magnificenza del creato e di coloro che lo abitano.
– Ridare stima al linguaggio nella sua ampiezza ed espressività, che si sta sempre più perdendo, è una vera strategia vincente rispetto a una sua deriva commerciale, che rischia di esprimersi nel solo registro dell’utile: una parola tenera e affettuosa, gentile e rispettosa, capace di restituire ragione dell’umano nella sua genesi e nel suo cammino di ominizzazione. Siamo invitati di nuovo a chiamare le cose e le persone per nome dopo averle contemplate con attenzione, con delicatezza e precisione, rendendo a ogni cosa il suo peso e la sua misura.
– Reimparare l’arte della discrezione, che è in grado di ponderare che cosa va detto e che cosa va taciuto, è oggi più che mai necessario. Parlare con tutti e dire tutto a tutti distrugge l’umano. La confessione pubblica dei talent show sta distruggendo la nobiltà della riservatezza. Eliminando ogni pudore non si fa altro che creare tensione e ferire maggiormente ciò che è già di per sé fragile e delicato. E anche molte volte già ferito da tante ingiurie della vita. Mentre l’antica e sempre attuale virtù della discrezione sa vedere ogni cosa con attenzione, valutarla con cura e comunicarla con prudenza, la parola affrettata, imprudente e superficiale mina la nostra umanità.
– Non dimentichiamo, in questo percorso di umanizzazione degli affetti, la grazia dell’empatia. Quell’entrare in contatto con l’altro che arriva fino ad abbracciare il suo punto di vista, a prendere su di sé la sua condizione esistenziale, a comprendere il mondo come l’altro lo sta comprendendo. Soprattutto entrare nella dimensione del suo sentire, del suo percepire e perfino abbracciare la sua sofferenza fino a farla propria. L’empatia è un esercizio di dimenticanza di sé che ci permette di prendere il bene dell’altro come riferimento per le proprie scelte. Entrare in autentica empatia con l’altro non è solo volergli bene, ma volere il suo bene.
– Ancora, siamo chiamati oggi più che mai ad avvertire di nuovo il profumo del tempo, sapendo indugiare sulle cose e bandendo ogni fretta, che è sempre stata una cattiva consigliera. Oggi non abbiamo mai tempo per nulla, siamo sempre in ritardo su tutto. Questo modo di affrontare la vita, che forse la pandemia aveva almeno messo un poco in crisi, non va bene e non ci fa bene. Abbiamo bisogno di prenderci del tempo, di ritornare a portare in grembo le nostre esperienze. Prima di gestire, dobbiamo gestare la nostra esistenza: darle il tempo di maturare, di affinarsi e di “invecchiare” nel senso più nobile del termine.
– Se riusciamo a riconciliarci con il tempo, di certo comprenderemo la fecondità dell’attesa. Contro la cultura del godimento immediato che vuole tutto e subito, l’uomo sa che l’autentico desiderio si rafforza e si purifica col tempo, che l’amore cresce con il tempo, che gli affetti prendono forma e forza solo se diamo loro tempo, che i legami possono essere fedeli e felici solo se frutto di un tempo prolungato di conoscenza, di rispetto, di attenzione. Senza capacità di attendere cadiamo facilmente vittime delle “passioni tristi”: non c’è profondità di visione, non c’è accesso al mistero, non c’è attenzione ai particolari che fanno la differenza e che vanno quindi scrutati con la massima attenzione.
– Dal punto di vista affettivo dobbiamo parlare anche della libertà della castità. Tema screditato e umiliato in una società come quella occidentale che ha praticamente demolito ogni tabù in campo affettivo e sessuale, illudendosi così di giungere al vertice della libertà di espressione. Cosa assolutamente falsa, vedendo non solo i fenomeni macroscopici di regressione tribale in atto nelle nostre società “progredite”, ma soprattutto studiando le analisi illuminate di chi è impegnato da sempre in questo campo. Perciò restiamo convinti che la virtù della castità, così come il valore della verginità, vadano riproposti anche nel nostro tempo che, nel campo dell’erotismo e della sessualità, appare sempre più sazio, misero e disperato.

L’educazione affettiva e sessuale

Sull’amore bisogna parlare e all’amore bisogna educare. Lo fa in maniera coraggiosa, dal punto di vista magisteriale, papa Francesco, scrivendo pagine importanti nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia. Qui si trovano alcune linee di cammino per la Chiesa universale che conviene almeno risentire. Il punto di partenza per qualsiasi percorso educativo sugli affetti, i legami e la sessualità è la certezza che
Dio stesso ha creato la sessualità, che è un regalo meraviglioso per le sue creature. […] Pertanto, in nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi. Trattandosi di una passione sublimata dall’amore che ammira la dignità dell’altro, diventa una “piena e limpidissima affermazione d’amore” che ci mostra di quali meraviglie è capace il cuore umano, e così per un momento “si percepisce che l’esistenza umana è stata un successo”[5].
Nel momento in cui si riconosce la sessualità come dono di Dio che perfeziona l’uomo e lo rende fecondo nell’amore, nasce l’esigenza educativa. Perché ogni dono di Dio va custodito con amore, accompagnato con cura, sviluppato con costanza e fatto fruttificare con gioia. Per questo

è importante insegnare un percorso sulle diverse espressioni dell’amore, sulla cura reciproca, sulla tenerezza rispettosa, sulla comunicazione ricca di senso. Tutto questo, infatti, prepara ad un dono di sé integro e generoso che si esprimerà, dopo un impegno pubblico, nell’offerta dei corpi. L’unione sessuale nel matrimonio apparirà così come segno di un impegno totalizzante, arricchito da tutto il cammino precedente[6].

Si cresce nell’amore attraverso il cammino paziente di una sempre maggiore donazione di sé. Molto appropriato è il realismo delle diverse tappe della vita affettiva e familiare che vengono così presentate da Papa Francesco:

Il cammino implica passare attraverso diverse tappe che chiamano a donarsi con generosità: dall’impatto iniziale caratterizzato da un’attrazione marcatamente sensibile, si passa al bisogno dell’altro sentito come parte della propria vita. Da lì si passa al gusto della reciproca appartenenza, poi alla comprensione della vita intera come progetto di entrambi, alla capacità di porre la felicità dell’altro al di sopra delle proprie necessità, e alla gioia di vedere il proprio matrimonio come un bene per la società. La maturazione dell’amore implica anche imparare a “negoziare”. Non è un atteggiamento interessato o un gioco di tipo commerciale, ma in definitiva un esercizio dell’amore vicendevole, perché questa negoziazione è un intreccio di reciproche offerte e rinunce per il bene della famiglia. In ogni nuova tappa della vita matrimoniale, occorre sedersi e negoziare nuovamente gli accordi, in modo che non ci siano vincitori e vinti, ma che vincano entrambi. In casa le decisioni non si prendono unilateralmente, e i due condividono la responsabilità per la famiglia, ma ogni casa è unica e ogni sintesi matrimoniale è differente[7].

Qui vengono delineate sei tappe che portano alla piena fioritura dell’amore attraverso la donazione di sé all’altro. È così che il cuore si dilata e diventa veramente capace di amare come Dio ci ha amato. È amando nel modo giusto che si pone la prima forma di educazione delle giovani generazioni, perché l’educazione si realizza attraverso degli adulti che prima di tutto “sono”, poi che “fanno” e infine che “dicono”.

NOTE

[1] Leone XIV, Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza in occasione del LX anniversario della dichiarazione conciliare Gravissimum educationis, 27 ottobre 2025, punto 4.2.[2] Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, 25 dicembre 2005, n. 2.[3] P. Braido, Prevenire non reprimere. Il sistema preventivo di Don Bosco, LAS, Roma 1999, 293.[4] A.J. Lenti, Don Bosco: storia e spirito. 1. Dai Becchi alla casa dell’Oratorio (1815-1858), LAS, Roma 2017, 537.[5] Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia, 19 marzo 2016, n. 150.152.[6] Ivi, n. 283.[7] Ivi, n. 220.

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