di Marco Cobianco sdb

Le vie del Signore sono misteriose. Immeritatamente la storia della mia vocazione si è incontrata con quella di don Elia quando, durante gli anni a Treviglio, ebbi la fortuna di poter vedere e leggere il suo diario spirituale e trarne insegnamenti buoni per la formazione mia e dei ragazzi di quella bella Casa. In occasione della sua beatificazione, vissuta insieme ai postnovizi di Roma – San Tarcisio dove ora mi trovo, grande impressione ha destato in me rivedere quello stesso libretto portato come reliquia all’altare. Offro qualche piccola considerazione, sperando possa essere utile a suscitare il desiderio di conoscere meglio la vita di questo confratello che il Signore ha donato alla nostra Ispettoria.

Cuore: “organo muscolare, cavo, che costituisce il centro motore dell’apparato circolatorio”. Questo l’inizio della definizione di cuore secondo la prestigiosa enciclopedia Treccani.

Tuttavia, se volessimo cercare una definizione di cuore adolescente, troveremmo qualche difficoltà in più: nel “centro motore” di un uomo che cresce, le parole sembrano incapaci di descrivere adeguatamente il guazzabuglio di sentimenti, desideri e inquietudini che vi si agitano.

Elia Comini è nel pieno dell’adolescenza (17 anni) quando percepisce l’anima strabordare dal cuore. Il desiderio di stare con Gesù, di conoscerlo più da vicino e di corrispondere al Suo Amore si scontra con la chiara percezione del proprio limite, della propria debolezza e con la meschinità di chi cerca di giustificarla. Giovane studente di filosofia, scopre che la scelta della vita religiosa salesiana non è l’approdo sicuro al quale trovare pace ma l’inizio di un percorso di preparazione alla Vita in Cristo che richiede impegno, metodo, abbandono.

Possiamo immaginare il giovane Elia in preghiera davanti alla tomba di don Bosco (che in quegli anni si trovava presso lo studentato di Torino – Valsalice da lui frequentato) mentre chiede aiuto al dolcissimo padre per trovare sollievo agli affanni del cuore.

Come gestire la potente consapevolezza dell’Amore personale di Dio insieme alla percezione della propria indegnità? La responsabilità nell’essere segni e portatori dell’Amore con la contro-testimonianza del peccato di nuovo commesso?

Ci viene in aiuto San Francesco di Sales:

“Ogni volta che troverete il vostro cuore fuori della dolcezza, contentatevi di prenderlo molto delicatamente con la punta delle dita per rimetterlo al suo posto e non prendetelo a pugni chiusi o troppo bruscamente. Bisogna essere disposti a servire questo cuore nelle sue malattie e anche ad usargli qualche gentilezza; e dobbiamo legare le nostre passioni e le nostre inclinazioni con catene

d’oro, cioè, con le catene dell’amore.” (San Francesco di Sales – Epistolario)

Il giovane Elia, in formazione alla scuola dell’amorevolezza salesiana, non indurisce il cuore in un severo perfezionismo né si lascia emotivamente dominare dall’inquietudine ma con delicatezza e costanza cerca di rimettere il cuore a posto, ponendolo nel Sacro Cuore di Gesù.

Nel dialogo cuore a cuore con Gesù, Maria Ausiliatrice e don Bosco, espresso nella forma del diario spirituale, Elia descrive la gioia esigente di chi si incatena all’Amore, rifiutando ogni finzione, mediocrità o scorciatoia.

Così scrive nella prima pagina del suo diario, datata 31 dicembre 1927, presentando il suo programma di vita da post-novizio:

“Io mi preparo alla vita, al domani […] allegria, confidenza, onesta libertà, condiscendenza, tenerezza sentita ed indulgente, spirito di famiglia, dolcezza nei modi e nei mezzi, vigilanza serena e continua, unione con Dio. Grande e santo programma che mi farebbe un altro don Bosco. Forse tendo alla mediocrità. Brutta cosa che non mi è mai piaciuta e nemmeno posso soffrire negli altri. Vita, coraggio, fuoco.”

E poi, durante il tirocinio a Chiari:

“Quanti momenti di fuoco! Quanti momenti di ghiaccio! Sacro Cuore di Gesù, voi che conoscete i miei bisogni, le mie realtà, quel che sono, siete obbligato ad aiutarmi. Io mi confido in Voi, mi pongo nel vostro amorosissimo Cuore, voglio essere tutto vostro. Maria Ausiliatrice, mamma, formami un degno religioso sacerdote di don Bosco. Beato Padre, tu poi sei impegnato senza che te lo dica: son tuo figlio!”

Durante i giorni in preparazione alla Professione Perpetua:

“Rimango estasiato davanti a questa immensa bontà, che tutto comprende, abbraccia, che tanto compatisce e perdona. Io ho bisogno di sentirmi invaso dal tuo spirito, per trasformarmi, per far battere il mio cuore all’unisono con il tuo. Gesù, abbi pietà di me, povero peccatore.”

Da mihi animas, caetera tolle, passione per le anime e distacco da tutto quello che tiene lontano da Dio: in occasione della Professione Perpetua, Elia fa suo il motto di don Bosco. Stare alla presenza di Dio e lasciarsi trasformare da Lui: impegno a crescere nella pietà e docilità per essere segno di carità, per non diventare “pietra d’inciampo a tante anime innocenti che verranno a vivere vicino a me”.

Diventato sacerdote, don Elia continua nel ministero il suo cammino di preparazione alla vita come pastore e educatore di anime. Esse per lui “saranno la mia cura, la mia preoccupazione, la mia responsabilità. Domanderò al Cuore di Gesù la fame, la sete di anime da portare ai suoi piedi, al suo amore. […] Tutto per Gesù, per il suo amabilissimo Cuore. Tutto il mio lavoro all’ombra di Gesù”.

Solo così, nell’ottica di una vita che ha imparato a consegnarsi alla volontà del Padre, al seguito del Figlio e nella compagnia ricercata dello Spirito, si può capire il gesto eroico di rimanere con la popolazione di Monte Sole e subire con essa il martirio durante lo sterminio nazista tra il settembre e l’ottobre del 1944. Proprio perché abituato a rimanere cuore a cuore con Gesù, il sacerdote salesiano rimane con il gregge che gli è affidato mentre i lupi si avvicinano. Avendo posto il suo cuore nel Cuore di Gesù, don Elia diviene segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, nonostante l’oscurità dei tempi.

Il suo arrivo presso la parrocchia natia di Salvaro, nel giugno del 1944, è così ricordato dagli abitanti:

“Gli ospiti che lo conoscevano, diedero in urli di gioia… Realmente il suo arrivo ci tolse dall’angoscia… Il suo viso sereno, la sua calma, le sue parole ci ridettero speranza. […] Il suo tatto smuoveva i cuori. Perchè fossimo sereni, aveva il coraggio di canticchiare, di giocare con i bambini raccontando episodi della vita di don Bosco, e il terrore passava.”

Commovente l’ultima pagina del diario, scritta presso l’abitazione d’infanzia, qualche settimana prima della sua morte:

“Da un mese sono a casa: ho attraversato momenti sommamente emozionanti. Sono piombato in piena retrovia di guerra con tutti i rischi e i pericoli. Provo una grande nostalgia del mio Collegio e dei miei confratelli. Se potessi, partirei domani per Treviglio.”

L’umanissimo desiderio di togliersi dal pericolo e di tornare tra i confratelli e i ragazzi di Treviglio, cuore e consolazione della vita consacrata salesiana, viene consumato come il suo corpo, offerto a difesa della vita di un fratello e disperso nelle acque del fiume Reno.

Trasformato nel Cuore di Gesù, offerto per la vita dei fratelli e squarciato dal male del mondo, don Elia entra nella Vita che attende i servitori fedeli. Di lui non resta nulla se non il suo diario spirituale, testimonianza del rapporto intimo con Dio, e gli appunti che stava preparando per l’inizio delle lezioni con i ragazzi, segno del suo voler corrispondere al desiderio di Gesù di averlo tutto suo salesianamente, in don Bosco.

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