Pubblichiamo l’articolo di Leonardo Deambrogio sul pellegrinaggio degli studenti dei collegi universitari sui luoghi di Don Bosco.

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Aspirare, sul modello di San Giovanni Bosco, a una santità gioiosa, a una santità responsoriale, a una santità plasmata, a una santità generativa. È un invito non facile e non scontato, quello rivolto da don Leonardo Mancini, ispettore ICP, nella sua buonanotte destinata ai giovani delle residenze universitarie salesiane di Milano, Forlì, Ancona, Perugia e Roma. Giovani che, in un sabato sera di metà aprile, si trovavano tutti insieme a Torino. Giovani che, con entusiasmo, hanno accolto l’invito dei loro incaricati a dedicare un loro fine settimana a un pellegrinaggio sui luoghi da dove tutto, due secoli fa, ebbe inizio per la famiglia salesiana.

La domanda che uno si potrebbe fare è: a cosa serve un pellegrinaggio nel 2026 a degli studenti poco più che ventenni? Per provare a rispondere vale la pena di iniziare anzitutto a raccontare qualche momento di questi tre giorni, iniziati venerdì 17 aprile con l’arrivo, dalle loro città “adottive”, di tutti gli universitari nel borgo di San Giovanni, nel comune di Riva presso Chieri. Qui, la “Casetta San Domenico Savio”, casale attiguo all’abitazione in cui nacque il giovane santo, li avrebbe ospitati, con le sue camerate, il suo cortile e le campagne che la circondano, per i successivi due giorni. Il venerdì non poteva che essere dedicato, dopo la cena preparata da due famiglie che per il fine settimana si sono prese cura di questa cinquantina di giovani, alla conoscenza reciproca, tramite una rivisitazione del famoso programma TV Ciao Darwin. Oltre al divertimento, con la sua buonanotte, incentrata sulle storie di Marco Gallo e di Aurora, una giovane ragazza piemontese da poco scomparsa, esempi concreti e contemporanei di santità giovanile, don Alberto Goia, delegato di Pastorale Giovanile dell’ICP, ha aiutato il gruppo a entrare in quel clima di spiritualità fondamentale per le giornate successive.

Il giorno seguente, sabato, non poteva che iniziare da Castelnuovo don Bosco, sul colle dove il padre dei salesiani nacque e dove oggi domina l’inconfondibile e imponente basilica. Una visita sorprendente, guidata da don Enrico, che grazie alle immagini della basilica, all’ingresso nella casa in cui il piccolo Giovanni visse con la sua famiglia, semplicemente rivolgendo lo sguardo verso le colline circostanti, è riuscito a far cogliere il senso profondo dei gesti, e dei sogni, del Santo. Dopo un tempo per la riflessione e per il pranzo, i pulmini e le macchine che ospitavano gli universitari si sono spostati a Chieri, città dove don Bosco studiò ed entrò in seminario. Tutto il centro di Chieri parla con forza della sua presenza, dal ghetto ebraico, al caffè in cui fu ospitato e pressò il quale lavorò, al seminario. La giornata si è poi conclusa a Torino, che con la sua eleganza nobile e gentile ha affascinato tutti coloro che non l’avevano mai incontrata.

Domenica, infine, è stata la volta di Valdocco, dove don Bosco fondò e fece crescere la sua opera a favore dei giovani. Le parole di don Mike hanno fatto ben comprendere il continuo ingrandirsi della struttura e, di conseguenza, dell’importanza che essa rivestiva nelle vite di centinaia e centinaia di ragazzi nella Torino dell’Ottocento. La conclusione della visita, prima della celebrazione della messa, davanti al letto in cui don Bosco morì, è stata non l’occasione per parlare della fine di un’esperienza, ma per ammirare una santità vissuta fino all’ultimo e trasmessa a quelli che lo avevano incontrato sulla loro strada.

Torniamo allora alla domanda iniziale. A cosa è servito questo pellegrinaggio a chi lo ha vissuto? Non a sentirsi raccontare, sotto forma di fiaba per bambini, la vita grande e irraggiungibile di un uomo perfetto adatto solo a riempire immaginette, santini e rosari, come talvolta può accadere. Ma a provare – partendo da una storia personale che diventa collettiva, fatta di sogni che si realizzano, di successi ma anche di errori che non la sminuiscono ma anzi la esaltano ulteriormente – ad avvicinarsi ogni giorno a quella santità che, i giorni torinesi lo hanno dimostrato, non è lontana e irrealizzabile, ma molto più vicina, concreta e quotidiana di quanto si possa pensare.

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