Pubblichiamo un articolo di Agnese La Bella sulla nuova canzone dei DBSons che racconta l’esperienza missionaria dei giovani dell’Ispettoria Sicula.

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Twende Twende Twende pamoja! Twende Twende Twende pamoja! Twende pamoja na Jesu…

Parole apparentemente incomprensibili, diverse, che sanno di lontano, ma che, in realtà, nascondono una verità chiara e profonda nella nostra vita cristiana, quella di essere discepoli in cammino con Lui.  “Twende pamoja na Jesu!”, il titolo del nuovo inno missionario dei DBsons, scritto in lingua swahili, vuol dire infatti proprio questo: “Camminiamo insieme con Gesù!”. Non è una semplice esortazione, ma la realtà che vive ogni cristiano chiamato ad annunciare per le strade del mondo la bellezza salvifica dell’amore di Dio.

“Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù”

dice Papa Francesco, richiamando ciascuno di noi alla grande responsabilità che abbiamo come cristiani, quella di essere testimoni ardenti e credibili di un amore che, una volta incontrato nella nostra vita, non può più essere tenuto nascosto per sé, ma va gridato al mondo. Come la Samaritana che, nel Vangelo, corre ad annunciare a tutti il suo incontro d’amore con il Messia, così ciascuno di noi è chiamato a condividere questa gioia, portandola agli altri, dai più vicini ai più lontani. È il cuore, però, il luogo dove questa missione comincia. La missionarietà, infatti, è innanzitutto, una disposizione del cuore. Una dimensione che accomuna tutti i cristiani e di cui tutti i cristiani sono partecipi, ovunque si trovino. Una chiamata a mettersi in cammino, ora spiritualmente ora fisicamente, per andare incontro all’altro, perché attraverso di noi anche gli altri possano fare esperienza di quell’incontro che cambia la vita.

È proprio questo che la nuova canzone dei DBsons, il gruppo musicale dell’ispettoria sicula, vuole raccontare, dando voce a chi questa esperienza l’ha vissuta. La canzone, infatti, nasce all’interno dell’esperienza missionaria vissuta da alcuni ragazzi del MGS Sicilia in Madagascar questa estate 2026. Un gruppo di giovani provenienti da varie parti della Sicilia, ma tutti accomunati da un unico spirito, quello della gioia dell’annuncio e del dono totale di sé.  Questa, infatti, non è una semplice canzone, ma un’esperienza di vita. Non solo perché racconta ciò che è stato effettivamente un vissuto (fatto di giochi, balli, animazione salesiana…) ma anche perché sono stati gli stessi ragazzi partiti in missione a realizzare la registrazione della canzone, in collaborazione con Roxy studio, e del video, girato in loco, insieme ad altri ragazzi del posto, e in seguito montato da Don Orazio Moschetti, delegato per la comunicazione sociale dell’ispettoria sicula, partito anch’egli come missionario. È questa una caratteristica del modus operandi del gruppo dei DBsons, fondato da due salesiani ed oggi composto da molti altri giovani, quella di coinvolgere quanti più ragazzi possibili all’interno di un’esperienza che va oltre il canto e la musica perché, proprio attraverso questi, si arriva fino a Dio. È una canzone questa, dunque, che rispecchia profondamente lo spirito di ciascuno di quei giovani che, in quelle parole, in quelle immagini, ha messo tutto il proprio cuore, con la stessa passione che li ha animati lungo tutto il tempo della loro missione lì. È un ritmo incalzante, quello che accompagna queste parole cariche di vita, quello di un cuore che cammina zelante per andare là dove il Signore lo chiama ad annunciare, a testimoniare, a donarsi.  “C’è sempre un passo per cominciare e andare” così, infatti, inizia la prima strofa della canzone, ricordandoci che quel passo per cominciare e andare c’è sempre perché è sempre che il Signore chiama ciascuno a essere dono per gli altri, in quella logica dell’incontro nel quale Egli stesso in primis si fa dono per noi e poi attraverso di noi. Non c’è un tempo, c’è un passo da compiere, una scelta da fare, un sì”” da pronunciare per qualcosa di più grande: portare a tutti un messaggio d’amore e di speranza “per chi è solo e vive nella povertà”. Una povertà che, prima di essere materiale, abita il cuore di chi è solo, di chi quell’incontro con il Signore non l’ha ancora fatto. Non importa dove, se vicino o lontano, se in un villaggio dell’Africa o nel mio oratorio. Missione è ovunque si trovi un cristiano perché ovunque è la povertà, si essa dentro o fuori di noi. “Fino ai confini del mondo e del tempo, cantiamo insieme l’amore di Dio. Come aquiloni portati dal vento, andiamo dove il Signore vorrà” Così canta il ritornello e così canta il cuore di ciascun discepolo di Cristo. Canta quell’amore infinito fino ai confini del mondo e del tempo, lì dove il Signore lo manda, con la consapevolezza che “se poi fossi come agnello in mezzo ai lupi tu di certo veglieresti su di me”.  Nel Vangelo, il Signore ci indica che per essere missionari, la prima cosa che serve è la libertà. “Senza sandali e bastone né due tuniche perché senza pesi sulla schiena tu ci mandi ovunque vuoi…” Un cuore libero, semplice, leggero è un cuore che sa affidarsi, che sa accogliere l’imprevedibile, sia le difficoltà che le gioie inaspettate, che sa aprirsi alla Grazia dell’azione di Dio. Essere missionari, infatti, non vuol dire essere degli eroi, ma gente in cammino. L’atteggiamento non è quello della forza o della resistenza, ma della fede e della docilità. Solo così ci sentiremo davvero accompagnati nel cammino e riusciremo ad arrivare alla meta.

“Cercate anime, ma non danari né onori né dignità” disse Don Bosco ai primi missionari partenti per l’Argentina nel 1875, frase che è stata riadattata all’interno del testo, impregnandolo così di quello stesso spirito di abbandono e fiducia che animò il cuore di quei primi giovani salesiani andati in missione. “Fratelli per il mondo, noi saremo insieme Chiesa”. È il grido questo di una “Chiesa in uscita”, direbbe Papa Francesco, una Chiesa che esce da sé stessa per incarnare lo spirito missionario dei primi discepoli e riconoscendo in questo stesso spirito ciò che ci fa fratelli in Cristo, ciò che ci fa insieme Chiesa.

“La mia missione è far amare il buon Dio come io lo amo” diceva Santa Teresa di Lisieux, una monaca di clausura proclamata Patrona delle Missioni insieme a San Francesco Saverio.  Ed è per questo che nasce questo inno, perché la bellezza di quanto vissuto nel cammino dell’annuncio e del dono di sé possa continuare ad essere una testimonianza per fare amare ancor di più il buon Dio. La vera missione, infatti, non finisce mai davvero.  È un modus vivendi, un modo di essere nel mondo. La vera missione è “un viaggio che fine non ha mai” ma che continua lì dove si è. E forse la sfida più grande è questa: cominciare quando si torna…

 

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