Strenna 2019, presentato il tema: La santità anche per te

“‘Perché la mia gioia sia in voi’ (Gv 15,11). LA SANTITÀ ANCHE PER TE”: è questo il tema della prossima Strenna annunciato il 13 luglio dal Rettor Maggiore, don Ángel Fernández Artime. Il documento questa volta “è il frutto di un dialogo nella Consulta mondiale della Famiglia Salesiana che, fortunatamente e per grazia, ha molto a che fare con questo momento ecclesiale del Sinodo, e anche con l’ultimo appello che il documento del Sinodo lancia sul tema della santità”, come ha sottolineato don Ángel Fernández Artime.

Il documento si compone di nove paragrafi: eccone la presentazione.

I – DIO CI CHIAMA ALLA SANTITÀ
È evidente che Papa Francesco vuole puntare l’attenzione nella sua esortazione su ciò che è essenziale nella nostra vita cristiana,aiutandoci ad avere un ampio sguardo, senza cadere nella tentazione di perdere l’orizzonte. Per questo il Papa cerca di aiutarci rivolgendo una chiamata alla santità incarnata nel contesto attuale, con i rischi, le sfide e le opportunità belle che Dio offre nel camino della vita, affinché “La mia gioia sia in voi” (Gv15,11).

  1. La Sacra Scrittura ci invita a essere santi: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”, e “Siate santi, perché io il Signore, sono santo” (Lev 11,44).

– La santità è un dono, un mandato e un compito. La santità è per tutti perché corrisponde al progetto fondamentale di Dio su di noi. Diventare santi non è alienarsi da sé o allontanarsi dai propri fratelli, ma vivere sé in una intensa (e talvolta faticosa) esperienza di comunione.

  1. Un Dio vicino che si rivela in Cristo: “Senza di me non potete fare nulla”; “Vi ho dato l’esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Cf. Gv 13, 15).

– La santità non è una teoria della perfezione morale, ma una vita conforme a quella di Gesù. Alcune caratteristiche della vita di Gesù vicine, concrete, belle, appassionanti per ciascuno, a cui magari le persone non pensano mai o pensano poco.

II. UNA CHIAMATA ALLA SANTITÀ per TUTTI

  1. Nei secoli molti uomini e donne hanno vissuto la santità, ma solo alcuni sono stati dichiarati santi. Ci sono tanti esempi.

→ L’importante è essere santi, non venire dichiaratitali. I santi canonizzati rappresentano come la facciata di una chiesa; ma la chiesa contiene molti preziosi tesori all’interno, che tuttavia restano invisibili. Questa parte interiore ma meno visibile, è quella che la Strenna vuole invitare a scoprire e di cui risvegliare la sete e la nostalgia.

  1. La “santità della porta accanto” e la chiamata universale alla santità: san Francesco di Sales, don Bosco; il Concilio Vaticano II; Jan Tyranowski e Karol Wojtyla alla scuola di don Bosco.

III. Don BOSCO VUOLE I SUOI GIOVANI FELICI NEL TEMPO e NELL’ETERNITÀ

  1. Nell’incipit della sua Lettera da Roma, dal 10 maggio 1884, don Bosco scrive ai suoi giovani: “Uno solo è il mio desiderio, quello di vedervi felici nel tempo e nell’eternità”.

Al termine della sua vita terrena, queste parole condensano il cuore del suo messaggio ai giovani di ogni epoca e di tutto il mondo. Essere felici, come meta sognata da ogni giovani, oggi, domani, nel tempo. Ma non solo. “Nell’eternità è quel di più che solo Gesù e la sua proposta di felicità, la santità appunto, sa offrire. È la risposta alla sete profonda di ‘per sempre’ che brucia in ogni giovani.

Il mondo, le società di tutte le nazione, neanche possono proporre il ‘per sempre’ e la felicità eterna. Dio si.

Per don Bosco tutto ciò era chiarissimo. Le sue ultime parole ai giovani furono: “Dite ai miei ragazzi che li aspetto tutti in Paradiso”. Per questo il ‘Da mihianimas, coeteratolle’.

IV. GESÙ È LA FELICITÀ CHE VOI, CARI GIOVANI, CERCATE

  1. Questa è stata la grande sfida di San Giovanni Paolo II nella Veglia di Preghiera della XV GMG (2000 Roma Tor Vergata) quando dice ai giovani del mondo: “In realtà è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna”.

V. “SENTO IN ME UN DESIDERIO E UN BISOGNO DI FARMI SANTO” (Domenico Savio)

  1. Note salesiane sulla santità:

→ Nelle Costituzioni degli sdb, fma, ss.cc, e tanti gruppi della Famiglia Salesiana.

→ Chiamate diverse nel Magistero della Congregazione (sdb) alla santità.

→ Alcuni punti su cui la spiritualità salesiana può dire molto:

Santità è fioritura dell’umano. Dove c’è il santo, si vede l’uomo e la donna. (Cf. don Rinaldi alle VDB di essere vere donne, con un tocco di femminilità, ecc.)

Santità e comunità: farsi santi insieme.

Santi-con: santi per i giovani, ma soprattutto santi con i giovani. In certo senso, è del tutto logico che Domenico Savio sia il primo canonizzato dopo don Bosco, cioè i frutti della santità dei Salesiani sono i giovani santi, e la santità dei giovani è quasi indicatore retroattivo della santità dei membri della nostra Famiglia Salesiana.

Santità e famiglie ferite; santità e limiti personali (Francesco Convertini, Ignazio Stuchlý, ecc.); santità di limiti biografici, storici, sociali… Non c’è alcuna condizione personale, biografica, storica che sia impedente per la santità.

La santità giovanile… giovani santi e giovinezza dei santi (Cfr. nº 214 Instrumentum Laboris del Sinodo prossimo).

VI. LA SANTITÀ VISSUTA NEL CARISMA SALESIANO

  1. Il messaggio della santità in fase di riconoscimento aiuta a rileggere e integrare il carisma salesiano.

→ Dimensione missionaria: missionari in senso stretto; missionari “di ritorno” nel loro paese (Stuchlý); persone cui era stato proposto di diventare missionari, ma che scelsero di rimanere (Zeman)…

→ santità dei salesiani vescovi

→ santità con una tonalità mariana esplicita (tante bellissime figure di FMA, e anche T. Zeman, Stuchlý, Lustosa, ecc.)

→ santità con un carisma fondazionale…

→ la santità dei salesiani coadiutori (Zatti, Srugi, Sandor, ecc.)

→ il messaggio dei martiri negli anni prima e dopo il bicentenario (Sandor, Zeman, Padre Rodolfo e Bororo Simao, Comini…)

→ dimensione oblativo-vittimale come incarnazione del “caeteratolle”. Augusto Chartorywski, Andrea Beltrami, Luigi Variara, Anna Maria Lozano, Laura Vicuña, Alessandrina Maria da Costa, ecc. Tale dimensione si esplica in molti modi:

la sofferenza fisica, l’immobilismo forzato

la separazione o l’allontanamento da dinamiche comunitarie

l’incomprensione dei superiori (Variara, Zeman, Della Torre, ecc.)

l’impossibilità di attuare i propri progetti per vincoli esterni (Vicuña, Lozano…,) o di salute (Zatti, ecc.)

l’eredità sofferta delle proprie famiglie d’origine (LauraVicuña, Braga, Stuchlý che perde il papà in modo drammatico, ecc.)

l’esplicita partecipazione e conformazione alle sofferenze di Cristo (Alessandrina, Vera Grita, ecc.)

santità salesiana e contemplazione…

VII. COSA VUOL DIRE “La santità anche per te!”?

È una cosa vicina, reale, concreta, possibile. Anzi è la vocazione fondamentale.

Essere santi non è difficile, anzi è facile e ci aspetta Dio in cielo dopo il nostro camino di santità. “Quanto detto finora non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia. Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo” (Gaudete et exsultate, 122).

Il cammino della santità non può aggirare la dimensione della croce, ma è anche pieno di gioia: “qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri”.

La santità non allontana dai propri doveri, interessi, affetti. Ma li assume nella carità. La santità è la perfezione della carità e risponde dunque al bisogno fondamentale dell’uomo: essere amato e amare. Tanto più santo, quanto più uomo perché “non è che la vita abbia una missione, ma che è missione” (Gaudete et exsultate, 27).

La santità non è un “di più” facoltativo e un traguardo solo per alcuni. È la vita piena, secondo il progetto e il dono di Dio. È dunque un cammino di umanizzazione. La vera vita spirituale è fioritura dell’umano.

“Ci occorre uno spirito di santità che impregni tanto la solitudine quanto il servizio, tanto l’intimità quanto l’impegno evangelizzatore, così che ogni istante sia espressione di amore donato sotto lo sguardo del Signore. In questo modo, tutti i momenti saranno scalini nella nostra via di santificazione” (G et E, 31)

La santità è un dovere (cioè una vocazione, una responsabilità, un impegno), ma anzitutto un dono. La santità è partecipazione alla vita di Dio, non perfezione moralisticamente intesa e che si presume di conseguire con le sole proprie forze, né d’altra parte traguardo accessibile solo ai “migliori” nel senso dei “più preparati”. È anzitutto un accogliere, attingendo agli strumenti della Chiesa, tra cui una solida vita sacramentale e di pietà.

Insieme, è più facile. Santità e camminare insieme ed esperienza di comunione. Questo è bello e al tempo stesso esigente.

sfilata per il centro storico di Palermo in memoria delle vittime della mafia.

VIII. Alcuni possibili indicatori della santità?Alcuni dinamismi per aiutare i giovani e tutti noi in questo cammino

Il frutto dello Spirito Santo: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. La santità non è litigio, contesa, invidia, divisione, fretta. “La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia” (G et E, 34).

Le virtù: non solo rifiutare il male e attaccarsi al Bene, ma appassionarsi al bene, compiere bene il bene, tutto il bene… “Ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione” (G et E, 26).

La comunione: la santità si sperimenta insieme e si consegue insieme. I santi stanno sempre insieme (anche integrando la componente maschile e femminile). Dove ve n’è uno, ne troviamo sempre molti altri.

Per esempio:

→ Don Cafasso, don Bosco, Madre Mazzarello, Rosmini, marchesi di Barolo, don Guanella, don Rua, Maria Romero Meneses, Laura Vicuña, CeferinoNamuncura, Giovani martiri di Poznań, Sig. Zatti, Chartoryswki, Beltrami, Stuchlý, Zeman , Braga…, e tanti altri

La santità del quotidiano fa fiorire la comunione ed è un generatore “relazionale”.

La creatività e l’inventiva dello Spirito. La santità non è mai ripetitiva: da don Bosco sono fioriti i 31 gruppi della Famiglia Salesiana e altri in corso di riconoscimento, ed essi talvolta hanno saputo esprime sensibilità tra loro molto diverse, anche se convergenti nella radice. Imitare i santi non significa copiarli.

La comunione ecclesiale. Nessuno è “di Paolo, di Cefa, di Barnaba”, ma tutti “siamo di Cristo e Cristo è di Dio”. Essere famiglia salesiana non significa assolutizzare il messaggio di don Bosco, ma valorizzarlo inserendolo nel tutto della Chiesa. Alcune cose non si possono chiedere a don Bosco, perché Dio le ha donate alla Chiesa attraverso altri. E allora le si chiederà ad altri santi non salesiani, ad altre tradizioni spirituali della Chiesa. Ciò non significa essere meno Salesiani, ma credenti innamorati della Chiesa nella varietà dei suoi carismi, e coscienti di inserirsi in essa a partire dalla propria specificità.  Lo stesso don Bosco ha attinto a questa pluralità e polifoniadella santità a lui precedente: Ignazio di Loyola e Filippo Neri, per esempio, non solo Francesco di Sales, ecc. Tale trasversalità è presente anche nelle figure della nostra santità: Ignazio Stuchlý fu vicino ai Gesuiti; Vandor si orientò inizialmente ai Francescani. Vendrame visse, nel campo di prigionia, un’intesa esperienza di fraternità con i carmelitani ed era una grande devoto di Santa Teresina.

La fama di santità e di segni, intesa come persistente eco della bellezza di una vita, del suo profumo evangelico, della ricchezza del suo messaggio. Gli effetti sono sempre sproporzionati rispetto alle cause apparenti. Così, anche nella “santità ordinaria, della porta accanto”, è importante valorizzare i legami che sono generatori di bene, di relazioni e amicizie, di gioia.

IX. CAMMINI DI SANTITÀ OGGI?

“Non bisogna mettere nella santità più perfezione di quella che davvero vi è” (Adrienne von Speyr). Cioè: Eroicità cristiana non è eroismo, perfezione cristiana non è perfezionismo del supereroe.

Noi sappiamo che alcuni sono santi, ma mai chi è più santo di un altro. Dio solo conosce i cuori. C’è una bellezza in ogni cosa. Vi sono molti cammini per arrivare in cielo. Non si deve chiedere a una persona ciò che lei non può e non deve dare. Dirlo è incoraggiante, risanante. Altrimenti molti si convinceranno di non potere essere santi, perché non riusciranno mai ad esserlo al modo di alcuni santi proposti loro come modelli.

Dunque: anche i “piccoli formati” (Adrienne von Speyr) possono, a loro modo, essere perfetti.

→ Cioè: La santità non è mai scoraggiante. Non avere paura della santità. “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”. Il Paradiso è come un       giardino: vi è l’umile violetta o il sublime giglio e la rosa.

Ogni santo è una parola di Dio incarnata. Non ci sono due santi uguali. Imitare i santi non è copiarli. Ognuno necessita dei propri tempi e ha un suo cammino.

→ Quale parola di Dio sono io?

→ A cosa mi chiama questo?

→ Quale parola di Dio intuisco “sia” il giovane che ho accanto? Come aiutarlo a comprenderla e a viverla?

La santità si misura anche con la categoria della fecondità, ma non con quella dell’efficientismo prestazionale cui oggi siamo abituati.

La santità è responsabilizzante. C’è qualcosa che solo TU puoi fare. – “Senza di me non potete fare nulla”.

L’esperienza di una sana dipendenza. Il cammino della santità è impegno, ma mai autosufficienza. Si vive insieme e genera comunione. Santi sì, ma santi insieme! Anzitutto i santi sono il capolavoro di Dio.

Santità è lasciare un segno e vivere la feconda dipendenza dei legami.

(Fonte: ANS)

“Ad Aleppo c’è voglia di rinascere”: il racconto di don Luca Pellicciotta

Aleppo è la città simbolo del martirio della Siria. Una città devastata e ferita nei palazzi, ma soprattutto, nelle anime e nei cuori dei suoi abitanti. In questi anni la guerra ha rubato alla persone serenità e una normalità, ma la città non si arrende e vuole rinascere dalla sua cenere. 

Di questa città “dei paradossi” parla don Luca Pellicciotta, SDB, che ad Aleppo dice di non aver trovato solo sofferenza, ma anche tanta speranza. “C’è voglia di rinascere, di sedersi ad un bar e prendersi un the o un gelato, per stemperare le ore calde della giornata. C’è voglia di ballare, di gridare, di correre, forse anche senza misura, ma è normale dopo una guerra che ha fatto saltare tutte le misure. Molti hanno chiuso, hanno sbarrato le porte. I Salesiani no! Don Bosco sarebbe soddisfatto della fedeltà e dell’amore ai ragazzi aleppini”

 

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Palabek: la presenza di Don Bosco nel campo per rifugiati

I Salesiani, in meno di un anno di presenza nel territorio, sono riusciti a conquistare la fiducia della gente nel campo per rifugiati di Palabek, dove ci sono soprattutto donne e bambini che fuggono dalla guerra nel Sudan del Sud, portando con sé i loro pochi averi o soltanto i vestiti che hanno addosso.

Come in altri campi profughi di kakuma, i Salesiani sono l’unica organizzazione che risiede stabilmente nel campo e Don Bosco è già un’autorità morale per i rifugiati insieme ai missionari Salesiani che danno risposte dirette e infondono speranza, accompagnano famiglie e offrono educazione.

Grazie alla generosità del governo ugandese con coloro che fuggono dalla guerra nel vicino Sudan del Sud ha portato a numerosi campi profughi, ma anche a diverse forme di attenzione, come dei permessi di lavoro in Uganda per coloro che lasciano il loro passato a causa della violenza.

 I Salesiani lavorano con gli oltre 42.000 rifugiati accolti nel campo, ma anche con la popolazione dei villaggi vicini. La loro intenzione è quella di costruire un centro di formazione professionale e per questo hanno acquistato un terreno accanto al campo di 30 ettari.

In questo breve lasso di tempo i Salesiani sono diventati un’autorità morale nel campo, per la loro vicinanza ai rifugiati e per l’organizzazione di piccole cappelle che già funzionano come scuole per i più piccoli.

 

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“Il mio caro lontano Compagno di Banco”, il diario scolastico per un’educazione alla mondialità

“Il mio caro lontano Compagno di Banco” è un diario-agenda che si inserisce nella cornice di un’educazione volta alla mondialità e al rispetto tra culture e religioni. Il diario è una raccolta di storie che vertono su temi quali bullismo, violenza, autostima, lealtà, forza di volontà e, parallelamente, riunisce il calendario cristiano, ebraico e islamico, con note esplicative delle varie festività. I destinatari sono i bambini italiani di età compresa tra gli 8 e i 14 anni; con l’acquisto questo diario per il loro anno scolastico, ne verrà donato uno equivalente ai bambini di scuole estere gemellate nei Paesi in via di sviluppo. Quest’anno i Paesi destinatari saranno Liberia, Costa d’Avorio, Bolivia e Pakistan.

Questo progetto di educazione alla cittadinanza globale all’attivo da diversi anni è promosso dall’ONG salesiana “Volontariato Internazionale per lo Sviluppo” (VIS), in collaborazione con l’associazione “PRIMO VOLO – Specialisti nella relazione Adulto-Bambino”.

 

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La biblioteca “Don Esteban Bertolusso” dell’università Salesiana boliviana premiata come “Biblioteca dell’Anno”

 

La biblioteca “Don Esteban Bertolusso” dell’ Università Salesiana della Bolivia è stata premiata come “Biblioteca dell’Anno” dal Collegio dei Professionisti in Scienze dell’Informazione della Bolivia (CPCIB, in spagnolo), in occasione della “Giornata del Bibliotecario Boliviano”.

È una biblioteca all’avanguardia che nei suoi spazi grandi, moderni e confortevoli raccoglie le attività di promozione della lettura, visite guidate, discussione delle tesi, presentazioni di libri o dibattiti. La biblioteca offre ai suoi utenti sale lettura con postazioni individuali o con tavoli di gruppo, Wifi gratuito, aule per riflessioni di gruppo. L’obiettivo dell’Università Salesiana in Bolivia è quello di “contribuire allo sviluppo e all’educazione integrale degli studenti attraverso processi educativi volti all’eccellenza accademica”.

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Beato Giuseppe Kowalski, l’educatore salesiano che morì sotto tortura ad Auschwitz per il rifiuto di calpestare il rosario

Si chiamava Giuseppe Kowalski, era un sacerdote salesiano polacco e ad Auschwitz fu torturato per aver rifiutato di calpestare un rosario.

Giuseppe Kowalski nacque a Siedliska in Polonia il 13 marzo 1911 e apparteneva a una famiglia profondamente credente e praticante. Furono i genitori, infatti, a desiderare per il figlio undicenne una formazione cattolica nel collegio San Giovanni Bosco di Oświęcim (Auschwitz), che instillò nel giovane il carisma di Don Bosco. Al collegio si distinse per doti di pietà, diligenza, allegria e servizio, fino a divenire educatore per perseguire le orme tracciate dal Santo Fondatore.

La proposta educativa e formativa dei salesiani non era gradita ai nazisti che intanto avevano occupato nel 1939 la Polonia. La zelante attività di Giuseppe e di altri 11 salesiani fu motivo di arresto il 23 maggio 1941 fino a deciderne il trasferimento un mese dopo nel campo di concentramento di Auschwitz. Era il 26 giugno e ricevette il numero 17.350. Ciononostante continuò a professare il credo e la sua missione: “In quel campo di morte nel quale, secondo l’espressione dei capi, non c’era Dio, riusciva a portare Dio ai comprigionieri”, secondo una testimonianza. Subì pertanto violenze, torture, vessazioni, per il suo instancabile zelo, fino a costringerlo a calpestare il rosario. Si rifiutò e fu sottoposto a lavori massacranti. Umiliata la sua dignità di uomo di fede, fu poi torturato e annegato nella cloaca del campo dalle guardie nella notte tra il 3 e il 4 luglio 1942.

Il 13 giugno 1999 Giovanni Paolo II lo beatificava.

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“Girls with no name”: i Salesiani a New York con le Nazioni Unite per raccontare storie di speranza e di riscatto

Mentre a Ginevra si svolgeva la 38a sessione del Consiglio dei Diritti Umani, nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York le realtà salesiane e l’associazione Vides presentavano l’evento “Girls with no name” (Ragazze senza nome).

Nei mesi scorsi “Misiones Salesianas” ha presentato nei diversi Paesi del mondo il documentario “LOVE” per denunciare lo sfruttamento della prostituzione che coinvolge più di 223 milioni di minori nel mondo (150 milioni di ragazze e 73 milioni di ragazzi). E proprio nel documentario, visionato durante l’evento, c’è la testimonianza di speranza e di riscatto di una giovane ragazza che con l’aiuto dei Salesiani ha ripreso in mano la sua vita con un lavoro dignitoso.

Fatima Maada Bio, first lady della Sierra Leone, durante il suo intervento, ha ringraziato il lavoro dei Salesiani nel suo Paese con l’opera “Don Bosco Fambul” con la promessa di un impegno a favore delle donne più sfortunate per dar loro l’opportunità di costruire un futuro migliore.

 

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Un progetto per dire “STOP TRATTA”

La regione di Tambacounda, una fra le più povere del Senegal e segnata da miseria e disoccupazione, è diventata negli ultimi anni un crocevia del traffico di essere umani dall’Africa subsahariana, per chi non ha nulla da perdere in viaggio verso l’Europa. In un luogo così bisognoso di speranza, non poteva mancare la Famiglia Salesiana.

In questa regione hanno aperto un ufficio progetti dell’associazione salesiana “Don Bosco 2000”, che in collaborazione con la Procura Missionaria di Torino – “Missioni Don Bosco” – e l’ONG “Volontariato Internazionale per lo Sviluppo”, sta lavorando per favorire l’educazione e la professionalizzazione dei giovani e lo sviluppo della micro-imprenditorialità giovanile, in ambito turistico, artigianale e agricolo. In pratica, sostiene lo sviluppo e l’economia locale creando concrete occasioni occupazionali.

I ragazzi coinvolti sono stati scelti  in base ad alcune caratteristiche, questo per dare la possibilità di avere una chance per rimanere in Senegal, costruire un futuro e di viverlo al sicuro, nella loro terra, al fianco dei loro affetti.

 

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Salesiani e VIS: opportunità per i rifugiati

“Sono stata costretta a lasciare mio marito e mia madre. Il mio obiettivo era portare in salvo i bambini, in un posto sicuro dove non ci sono la fame e la guerra”

Queste parole sono di Nyanthiay, che ha solo 22 anni e già quattro bambini con sé, due sono suoi e due della sorella morta a causa degli scontro del Sudan del Sud. Lei fa parte degli oltre 17mila rifugiati originari del Sudan del Sud arrivati quest’anno al campo di Nguenyyiel, nella regione di Gambella, che ne ospita quasi 100mila.

La protezione dell’infanzia e la formazione professionale dei giovani è parte del progetto che i Salesiani in Etiopia, insieme all’ONG “Volontariato Internazionale per lo Sviluppo” (VIS) portano avanti in quel campo corsi condotti dal personale Salesiano nello stile ereditato da Don Bosco: oltre al centro ricreativo e sportivo, che offre ai bambini e agli adolescenti del campo un luogo educativo sicuro, da febbraio scorso sono stati attivati corsi brevi di falegnameria, costruzione, sartoria e corsi per parrucchiere, che hanno coinvolto 140 ragazzi e ragazze del campo, grazie al sostegno finanziario dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS)

 

 

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Entità sociali salesiane: il loro impegno per l’accoglienza della “Aquarius”

 

Il 17 giugno sono ultimati gli sbarchi dell’Aquarius approdata al porto di Valencia. Questo viaggio, durato  otto giorni attraverso il Mediterraneo, si è concluso con l’accoglienza in Spagna di 629 persone partite dalle coste della Libia. Il Coordinamento Statale delle Piattaforme Sociali Salesiane, formato dalle entità di azione sociale di Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, la Procura Missionaria Salesiana di Madrid, l’ONG “Jóvenes y Desarrollo” e la “Confederazione Don Bosco dei Centri Giovanili”, ha fatto un appello  rivolto a tutte le persone, agli enti sociali salesiane e di sviluppo, ai membri della Famiglia Salesiana, a tutti i cristiani, ai governi locali, alla popolazione in generale per garantire i mezzi necessari per difendere i diritti e la dignità di queste persone.

I Salesiani lavorano anche nei Paesi da cui arrivano i migranti, conoscono le cause di questa crisi umanitaria e fanno l’impossibile a favore dello sviluppo di questi Paesi impoveriti ed esprimono il loro impegno per l’accoglienza e l’inclusione di tutti i migrati e vulnerabili della società.

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