Beato Pier Giorgio Frassati, il ragazzo “delle otto beatitudini”

Pier Giorgio Frassati, il ragazzo “delle otto beatitudini”, come lo ha definito Giovanni Paolo II, suo grandissimo estimatore che lo ha proclamato beato il 20 maggio 1990, è ancora oggi un modello di cristiano laico impegnato nella difesa degli ultimi. Il giovane, cresciuto in una delle famiglia più in vista della Torino dei primo del Novecento, ha vissuto 24 anni ricchi di amore per Dio e per il prossimo. Il padre, Alfredo Frassati, è stato per un paio di decenni direttore de “La Stampa”, amico personale di Giovanni Giolitti e ambasciatore in Germania, la madre, invece, una pittrice famosa. Lui e sua sorella Luciana, di un anno più piccola, iniziano a studiare in casa con un salesiano, don Antonio Cojazzi che, dopo la morte del giovane, aiuterà il padre a ricostruirne la vita. “Nel novembre 1910 – si legge nei memoriali di don Cojazzi – fui chiamato dal mio Superiore maggiore, don Albera, a recarmi quotidianamente a tenere lezioni di latino nella casa del senatore Frassati. Feci scuola così a Pier Giorgio e alla sorella Luciana, che frequentavano la ginnasiale al “D’Azeglio”. Vi andai per tre anni consecutivi. In seguito ebbi rapporti frequenti con il giovane e con la sua famiglia, negli anni in cui frequentava il liceo e il Politecnico”.

I genitori lo vorrebbero presto ingegnere, ma lui allo studio abbina una vita dedicata agli altri: ai poveri, agli ammalati. Porta vestiti, cibo, legna in quelle case dove c’è fame e malattia: gli amici lo chiamano “il facchino degli sfruttati”. Con i compagni fonda “La Società dei tipi loschi”. Ogni membro, “lestofanti” e “lestofantesse”, prendono un nome, Pier Giorgio sceglie Robespierre. Voglia di vivere e spirito goliardico aleggia fra gli amici di Frassati per poter “servire Dio in perfetta letizia”. L’impegno sociale e politico, contro il Regime fascista, lo schiera tra le fila del Partito Popolare italiano, fondato da don Luigi Sturzo nel 1919. A 21 anni entra nel Terzo Ordine di San Domenico, folgorato dall’Inno alla Carità di San Paolo. A 22 entra nell’Azione Cattolica.

Colpito da poliomelite fulminante, muore in pochi giorni, a 24 anni. La sera del funerale, per il quale si muove l’intera città di Torino, don Antonio scrive nel suo articolo per la Rivista dei giovani: “Si parlerà di lui a lungo, nei palazzi dorati e nei casolari sperduti! Perché di lui parleranno anche i tuguri e le soffitte, dove passò un angelo consolatore… Scriverò la sua vita”. Proprio a questo lo invitò l’allora arcivescovo di Torino cardinale Giuseppe Gamba, e nel marzo 1928 ecco pubblicata la vita di Frassati: un volume da milioni di copie tradotto in venti lingue. “Eccolo, uno come voi – scrive don Antonio -, uno uscito dalle vostre file, uno che ha saputo dimostrare che essere cristiano fino in fondo, non è utopistico, ma una meravigliosa realtà”.
Tra le frasi più celebri di Pier Giorgio, ricordate anche nell’ultima Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia dove, dal Duomo di Torino, sono arrivate le sue spoglie, l’invito a “vivere, non vivacchiare”.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *